Scritto da: Annibale Formica | 28 ottobre 2020

Pollino, biodiversità e “servizi ecosistemici”

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Conoscere e conservarne la ricchezza è un’esigenza imprescindibile per garantire il futuro del territorio e dei suoi abitanti

Il cielo è grigio stamattina. Le vedute dei panorami sono sfocate. Si apre allo sguardo una campagna autunnale con vecchi ex-coltivi abbandonati, con vigne che non ci sono più perché espiantate decenni fa, con gli uliveti lasciati incolti e inselvatichiti. Spazi sempre più ampi si sono liberati, da anni, per piante ed erbe spontanee, aromatiche, mangerecce, medicinali.

Lungo gli argini e nei terreni abbandonati abbondano, in questi giorni, il “finocchietto selvatico” e le piante di “rosmarino” e di “nepeta”, una menta in piena fioritura particolarmente odorosa. Tutto l’opposto di ieri: cielo terso, sole e luce da est di prima mattina, splendente e radente sulle case, sui monti, sul bosco, sul paesaggio, sull’orizzonte disegnato dai 2267 metri del Dolcedorme, la vetta più alta di tutto l’Appennino meridionale, dai 2248 metri del Monte Pollino e dalle altre vette: Serra delle Ciavole, di Crispo, del Prete. (continua)

Articolo pubblicato sulla rivista “Agrifoglio”, n. 100, Ottobre 2020.

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