
Vivo, in questi giorni di ottobre, a San Paolo Albanese immerso nella solitudine di case vuote, di comignoli senza fumo, di vicoli senza rumori, di campagne senza più contadini e pastori, abbandonate al loro destino.
Mi dedico a ripassarmi il passato e a scrutare l’avvenire, cercando di mediare, in questo piccolo angolo di mondo, i contrasti tra civiltà contadina di ieri e vita globalizzata e ipertecnologica di oggi, che trovano difficoltà a parlarsi e ad incontrarsi, malgrado i buoni uffici di Steve Jobs, appena scomparso, il web, le reti e i percorsi multimediali, che conducono alle nuove generazioni e ad un futuro e ad una cultura sempre più difficili da progettare.
In fondo alla via di casa, a poche decine di metri, appena superati la “Strada Achille” e lo “Stretto Nettuno”, luoghi del paese memorabili per la mia generazione, c’è il Museo della cultura arbëreshe, animato nel giorni 16,17,18 settembre scorsi da incontri e dibattiti su”Musei, patrimoni e sviluppo locale”. Il Museo della cultura arbëreshe di San Paolo Albanese, nato negli anni ’70, è stato accompagnato nei suoi primi passi da un grido si speranza della comunità e, in particolare, dei giovani sampaolesi del tempo impegnati a dare voce agli oggetti della cultura materiale e ad animarli.
L’obiettivo era: aiutare il paese e la sua comunità; recuperare le origini, le radici; valorizzare la cultura locale e le risorse umane; affermare l’identità; svolgere il proprio ruolo; assumere la propria responsabilità nella storia della comunità. (continua)
Articolo pubblicato su “Il Quotidiano della Basilicata”, il 16 Ottobre 2011
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