petulla

Petulla Shën Paljit: prodotto agroalimentare tradizionale di San Paolo Albanese - Scheda illustrativa

Scritto da: Annibale Formica | 18 novembre 2018

Una proposta di Agenda per la Strategia dello Sviluppo Locale

immagine-articolo-13-giugno-2018

Il Sarmento incanta davvero.
Incanta con i suoi luoghi e i suoi paesaggi identitari, con la sua natura (la grande
pietraia e l’acqua sotterranea che vi scorre) e la sua storia, con le emozioni e i ricordi
del nostro vissuto di comunità, con il suo stesso nome “Sarmento”: il ramo lungo e
sottile della vite.
Incanta con le luci, gli odori, i sapori, i suoni, i silenzi, gli spazi.
Incanta da solo, senza neanche volerlo.
Sul Sarmento, della mia generazione, ognuno ha una storia da raccontare ed è sempre
una storia di identificazione. (continua)

Articolo pubblicato sui siti “francavillainforma.it” e “Lasiritide.it”, il 13 Giugno 2018.

Scritto da: Annibale Formica | 18 novembre 2018

Agricoltori custodi per una comunità del cibo

immagine-articolo-25-febbraio-2018

È stato il risultato dello stretto legame tra natura, biodiversità, campi coltivati, frutti raccolti e agricoltori fortemente legati al territorio dal punto di vista storico, sociale e culturale. I temi, con i quali la comunità del cibo nell’area del Parco dovrà confrontarsi partendo dal cibo sono: cibo e cultura, cibo e natura, cibo e salute, il cibo e il racconto, imparare a raccontare, abitudini alimentari, sapori del Pollino. (continua)

Articolo pubblicato sul sito “vglobale.it”, il 25 Febbraio 2018.

Scritto da: Annibale Formica | 17 novembre 2018

Basilicata, la trappola finale

immagine-articolo-27-gennaio-2018

Il no alle pluriclassi. A San Paolo Albanese non esiste più una scuola. Nel Comune di 270 abitanti e di «culle vuote», la comunità etnico-linguistica arbëreshe ha perso, ormai da diversi anni, questo presidio del paese. Eppure «prima di aprirsi al turismo gli abitanti del posto devono lavorare sulla propria identità culturale, conoscere il territorio fin dall’età scolastica», raccomanda il consigliere del Mibact per la Sostenibilità nel turismo.
I vecchi tratturi, anche se abbandonati, sono ancora pieni di segni del passato, di tracce dei contadini, dei pastori, che non ci sono più. Il territorio e il paesaggio sono intrisi di bellezza e fragilità insieme e sono sempre più scompensati, indifesi, relitti. A viverli, si sente forte il dovere e il desiderio o, meglio, l’ostinazione e la rabbia di partecipare per resistere, per non arrendersi, per non restare esclusi, per lottare ancora per un’idea di futuro. Qui i ricordi sono più veri della realtà, anzi sono l’unica realtà, mentre provoca affanno riflettere sul senso di comunità, sul diritto di cittadinanza, sul futuro della montagna, sulla cultura dei luoghi, sulla lingua madre.
In questi borghi abitati da piccole comunità, da minoranze etnico-linguistiche, si arranca, si è sempre in grave ritardo rispetto al futuro. Si spera in un «futuro di ritorno» per investire in ricordi perennemente in bilico con l’oblio. C’è tanto bisogno di raccontare e di raccontarsi, ma, alla fine, non rimane più nessuno, uno che ti possa raccontare una storia, neanche un venditore di utopie. (continua)

Articolo pubblicato sul sito “vglobale.it”, il 27 Gennaio 2018.

Scritto da: Annibale Formica | 7 maggio 2017

Shën Palji, le sue tradizioni, i suoi riti

immagine-articolo-maggio-2017

In una intervista, di questi giorni, in cui parla del suo ultimo libro “Mia, tua, nostra”, David Grossman, rispondendo a una domanda, accende la luce su:“La nostra tradizione è legata alla narrazione. Padri, madri, nonni raccontano. Ha mai riflettuto sul fatto che l’umanità è l’unica specie in cui i nonni mantengono un rapporto con i nipoti? Questo è un valore universale”.
La frase mi aiuta a introdurre il tema che mi sta a cuore: Shën Palji, le sue tradizioni, i suoi riti”.
Shën Palji è San Paolo Albanese in“aljbërisht”, la mia lingua madre arbëreshe, ancora parlata. Per me Shën Palji, il paese dove io sono nato e cresciuto e dove dimoro per diversi mesi dell’anno, è “Jeta”. “Jeta”, in “aljbërisht”, è il mondo e, insieme, la vita: ciò che dà forza, energia, stimolo ai tanti sampaolesi che, come me, in paese e fuori, si impegnano in una instancabile lotta di opposizione al declino incombente.
Ka Shën Palji, a San Paolo Albanese, vive una comunità etnico-linguistica arbëreshe di origine greco-albanese, proveniente da Corone, rifugiatasi in questi luoghi agli inizi del XVI secolo, dopo l’invasione ottomana. Insediata in questo angolo di terra, alle pendici del Monte Carnara, nella valle del Sarmento, ha costruito la propria dimora e il paese e, con le proprie attività umane, le loro opere, ha segnato i luoghi, il paesaggio. Shën Palji è il più piccolo comune della Basilicata e del Parco Nazionale del Pollino. Il centro storico è fatto di case contadine, di architettura spontanea, di murature in pietra. Ha una trama urbanistica fatta di vicoli, di slarghi e di vicinato, gjitonia. Gjitonia è un luogo fisico e un modo di mantenere le relazioni umane, di svolgere in gruppo alcune attività, di partecipare a momenti di festa, di emozioni collettive. (continua)

Articolo pubblicato sul blog “Sineresi. Il diritto di essere eretici”, maggio 2017.

panorama-san-paolo

Il paese
Fortemente caratterizzato dalla presenza della comunità etnico-linguistica arbëreshe, che vi abita da oltre 500 anni, San Paolo Albanese, Shen Palji in“aljbërisht”, è un paese di montagna con circa 3.000 ettari di territorio abitato da meno di 300 persone quasi tutte ormai anziane. Carico di memorie, di significati e di manifestazioni etniche, custodisce nei suoi luoghi fisici e nei suoi paesaggi i segni di una intensa interazione tra la natura e l’uomo, che vi ha lavorato e vi lavora. Il piccolo borgo si affaccia su un paesaggio rurale, dove la biodiversità e l’inscindibile nesso tra ambiente naturale, agricoltura, pastorizia, uomo e tradizioni hanno composto nel tempo un irarissimo mosaico di risorse naturali e culturali.
I campi, una volta coltivati a grano e di anno in anno turnati con fave, ceci, cicerchie, orzo, avena, foraggi, sono, oggi, quasi tutti abbandonati, invasi da piante di ginestra, da siepi di rovi, di vitalba, di rosa canina, di prugnolo selvatico; sono diventati, in parte, pascoli per sparuti greggi di pecore e di capre. Il paesaggio si completa con boschi di cerro e di quercia, con alberi secolari, con vigneti, con alberi di antichi frutti lasciati a se stessi: olivi, fichi, mandorli, noci, peri, meli. (continua)

Articolo pubblicato sulla rivista BASILISKOS, anno III, dicembre 2016.

Scritto da: Annibale Formica | 26 ottobre 2016

Questa riforma peggiora la vita dei Parchi

immagine-articolo_25_ottobre_2016

È di questi giorni l’approvazione, da parte della Commissione ambiente del Senato, della riforma della legge 394/91 sulle aree protette. La Federparchi ha subito espresso con soddisfazione il proprio apprezzamento per il lavoro fin qui svolto, riservandosi di «valutarne completamente la portata una volta concluso l’iter». A me pare, invece, una riforma che peggiora nei contenuti e nei modi tutto l’impianto normativo esistente. Alcune, tra le preoccupanti modifiche introdotte, che mi inducono a considerare negativamente il processo legislativo in atto, sono il silenzio assenso per il nulla osta rilasciato dagli Enti Parco, le «royalty» per le opere ad elevato impatto ambientale e l’obbligo, da parte delle Regioni, dell’intesa con i Comuni nell’approvazione del Piano per il Parco, il principale strumento di gestione dell’area naturale protetta. Le modifiche ipotizzate, secondo me, minano alla base le finalità e il ruolo del Parco, senza alcun miglioramento delle condizioni di gestione degli enti e senza alcun superamento delle loro difficoltà di funzionamento, che pure suggerivano un aggiornamento e un adeguamento nella normativa vigente. (continua)

Articolo pubblicato sul sito “vglobale.it”, il 25 Ottobre 2016.

« Vecchi articoli

Categorie

Bad Behavior has blocked 119 access attempts in the last 7 days.

Usiamo i cookie per assicurarti la migliore esperienza di navigazione nel nostro sito web.
Ok