Scritto da: Annibale Formica | 24 agosto 2021

Coltivare la memoria come investimento per il futuro

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Con la commemorazione della figura dell’Archimandrita, Mons. Pietro Scarpelli, domenica scorsa, San Paolo Albanese ha vissuto una mirabile pagina di storia del paese. Prete italo-albanese della Chiesa Cattolica di rito greco-bizantino, già vicario generale dell’Eparchia di Lungro e missionario arbëresh ad Elbasan in Albania dal 1929 al 1946, Pietro Scarpelli è stato una figura di grande prestigio e rilevanza religiosa, sociale e umana nella comunità arbëreshe del suo tempo.

La riflessione sul tema: “Coltivare la memoria come investimento per il futuro”, ha voluto essere un contributo al sentimento di appartenenza che ha coinvolto i partecipanti all’evento, suggellando con un forte trasporto emotivo il passaggio di testimonianza storica tra la vecchia e la nuova generazione sampaolese.

C’è bisogno di memoria. Noi Shënpaljiot, più di altri in questo momento, abbiamo urgente bisogno di memoria, di ricordi, di racconti, di storie capaci di mantenere vivo il passato, di animare il presente e di aprire la mente al futuro. Dopo un’infanzia, che proprio infanzia non era, per molti di noi l’adolescenza, che è seguita, è diventata presto un’età adulta. Di quelli che vengono dal novecento, tante piccole storie personali sono state rimosse o cadute nell’oblio, perché un ricordo non raccontato, man mano che passano gli anni, diventa sempre meno credibile, sempre meno vero, e si perde. Ci tocca, perciò, ricominciare, imparando, anche subito, a raccontare dal basso. (continua)

Articolo pubblicato sul sito “francavillainforma.it”, il 10 agosto 2021

Scritto da: Annibale Formica | 21 marzo 2021

Premio Nazionale del Paesaggio: Museo della Cultura Arbëreshe

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Nell’ambito del Premio Nazionale del Paesaggio, il progetto “Museo della Cultura Arbëreshe”, presentato dal Comune di San Paolo Albanese per la VII edizione del Premio del Paesaggio del Consiglio d’Europa,  ha meritato una segnalazione. L’annuncio è arrivato, alla Giornata Nazionale del Paesaggio, il 14 marzo 2021,  nel corso della première con il Ministro della Cultura, Dario Franceschini, sul canale YouTube del MiC.

Il “Museo della Cultura Arbëreshe” è un progetto di ecomuseo, iniziato negli anni ’70, che si è andato realizzando in oltre 40 anni di attività promosse con l’obiettivo di conservare, tutelare e valorizzare il patrimonio naturale e culturale della comunità etnico-linguistica arbëreshe, proveniente da Corone oltre cinque secoli fa, attualmente di poco più di 200 abitanti, su un territorio montano di appena 3000 ettari, interamente incluso nel perimetro del Parco Nazionale del Pollino.

Per la Commissione ministeriale “gli sforzi per il mantenimento dell’identità e del senso di appartenenza si riflettono sulla gestione del territorio e degli spazi pubblici rendendo l’ecomuseo un dispositivo di alto valore socio culturale e un riferimento vivo per la quotidianità dei cittadini”.

Di seguito i link ai video del Ministero della Cultura sull’evento:

https://youtu.be/Ce5yaXeOn6o
https://youtu.be/WgJQOGKRcOw

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Scritto da: Annibale Formica | 15 marzo 2021

Biodiversità, obiettivi vincolanti per il ripristino degli ecosistemi

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Molti obiettivi del Piano 2011-20 non sono stati raggiunti. La strategia della Commissione per il 2030.

Con il riscaldamento globale e i cambiamenti climatici, specie quelli estremi, il territorio, soprattutto quello agricolo, è duramente provato, perché pesantemente influenzato dalla scarsa qualità ed utilizzo della risorsa acqua, dall’impoverimento della sostanza organica dei suoli, dal processo di desertificazione delle aree meridionali e da una diffusa semplificazione dell’agroecosistema. La conseguenza è l’aumento di erosione, la riduzione della capacità di resilienza agli impatti negativi, la diffusa perdita di biodiversità con conseguenti effetti negativi sui cambiamenti climatici.
L’agricoltura è uno dei settori economici più esposti. Oltretutto alcune pratiche agricole e zootecniche, per le loro emissioni di anidride carbonica e di metano in atmosfera, sono diventate una delle cause dei cambiamenti climatici e, quindi, impattano negativamente sulle attività agricole stesse.

La «Carta di Siracusa per la Biodiversità», promossa dall’Italia e sottoscritta dai Paesi presenti al G8 Ambiente del 2009, aveva evidenziato le relazioni tra biodiversità, servizi ecosistemici, cambiamenti climatici e sviluppo economico.

Commentando la Giornata mondiale della biodiversità, del 22 maggio 2020, Antonio Cianciullo ha richiamato il Rapporto di Legambiente su “Biodiversità a rischio 2015”, nel quale è segnalato che “oltre un quinto delle specie è a rischio di estinzione”. Ha ricordato anche lo “scrigno dei semi perduti” della Coldiretti, presentato all’Expo di Milano, nel quale si parla della scomparsa in Italia, ormai, di tre frutti su quattro. (continua)

Articolo pubblicato sulla rivista “Agrifoglio”, n. 101, Gennaio-Febbraio 2021.

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Per rendere le nostre popolazioni protagoniste del loro lavoro, per tutelare e valorizzare il patrimonio agroalimentare della loro terra, per conservare la integrità del territorio rurale in cui vivono, ci è utile riunirci in «Comunità del cibo e della biodiversità», perché è il modo migliore per far lavorare insieme tutti coloro che hanno interessi e responsabilità in ambito agroalimentare e gastronomico; perché è il modo migliore di tutelare e valorizzare il territorio rurale e promuovere lo sviluppo locale sostenibile.
Nella «Comunità del cibo e della biodiversità» le nostre piccole realtà si mettono in relazione tra loro e insieme crescono.

“Sono definiti «comunità del cibo e della biodiversità di interesse agricolo e alimentare» gli ambiti locali derivanti da accordi tra agricoltori locali, agricoltori e allevatori custodi, gruppi di acquisto solidale, istituti scolastici e universitari, centri di ricerca, associazioni per la tutela della qualità della biodiversità di interesse agricolo e alimentare, mense scolastiche, ospedali, esercizi di ristorazione, esercizi commerciali, piccole e medie imprese artigiane di trasformazione agraria e alimentare, nonchè enti pubblici”. È la definizione data dall’art.13 della legge n.194/2015 di tutela e di valorizzazione della biodiversità di interesse agricolo e alimentare. (continua)

Articolo pubblicato nel n. 16 de “I Quaderni dell’Alsia”, Supplemento alla rivista “Agrifoglio”, n. 100, Ottobre-Dicembre 2020.

Scritto da: Annibale Formica | 1 dicembre 2020

Così piccoli così essenziali alla vita

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Se la natura degradasse oltre i limiti delle sue capacità di rinnovamento, saremmo privati di servizi ecosistemici essenziali, quali: la qualità di aria, acqua e suolo. Le api e gli insetti sono tra i migliori indicatori di qualità ambientale e possono essere utilizzate per valutare la sostenibilità della nuova Politica agricola

Con la loro natura, con le funzioni e le attività che svolgono, con i loro modi di lavorare, di produrre, di muoversi e di avere relazioni, costituiscono linee di connessione tra specie viventi, tra geografie, habitat e luoghi. La maggior parte di loro è essenziale alla vita dell’umanità e del pianeta. Alcuni, in particolare, forniscono benefici diretti alla salute del corpo umano. Sono gli insetti. Quelli che conosco, che ho imparato a conoscere nel corso degli anni, appartengono a situazioni, a vicende o a interessi, quali il lavoro, l’ambiente, il paesaggio rurale, la campagna, le piante, i fiori, le erbe, di cui mi sono occupato, di cui mi sono informato per sapere, di cui ho cercato di comprendere la ecologia. E sono rigorosamente conservati in memoria come storie personali, che provo a raccontare. (continua)

Articolo pubblicato sul sito “vglobale.it”, il 1 Dicembre 2020.

Scritto da: Annibale Formica | 30 novembre 2020

Senza il «sistema» biodiversità non c’è vita

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La vita di tutti gli esseri viventi è un fenomeno sistemico

I cambiamenti radicali dei processi dell’ecosistema determinano l’estinzione di un considerevole numero di specie viventi, a causa della distruzione del loro habitat naturale, minacciando, così, l’integrità del sistema terrestre nel suo insieme

Gli studi sulla vita segreta delle piante, condotti da Stefano Mancuso, direttore del laboratorio Internazionale di Neurobiologia vegetale e insegnante di arboricoltura generale e etologia vegetale a Firenze, ci dicono che le piante, per sopravvivere si spostano. Ci dicono anche che gli alberi nutrono i semi come farebbero i genitori con un bimbo. Un bosco, spiega Mancuso, in un’intervista di Walter Veltroni sul «Corriere della Sera» del 19 giugno 2019, è un organismo unico, una rete di piante connesse le une con le altre, attraverso le radici.
Attraverso le radici le piante si scambiano informazioni sullo stato dell’ambiente e si scambiano nutrienti, acqua. Un seme, che cade in una foresta, per crescere è alimentato dagli alberi adulti attraverso le connessioni radicali. La sopravvivenza dei singoli individui riguarda l’intera comunità dei viventi. La vita di tutti gli esseri viventi va vista, cioè, come un fenomeno sistemico. Lo sviluppo del mondo e dell’umanità va inquadrata, perciò, in una visione necessariamente sistemica. (continua)

Articolo pubblicato sul sito “vglobale.it”, il 30 Novembre 2020.

Scritto da: Annibale Formica | 28 ottobre 2020

Pollino, biodiversità e “servizi ecosistemici”

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Conoscere e conservarne la ricchezza è un’esigenza imprescindibile per garantire il futuro del territorio e dei suoi abitanti

Il cielo è grigio stamattina. Le vedute dei panorami sono sfocate. Si apre allo sguardo una campagna autunnale con vecchi ex-coltivi abbandonati, con vigne che non ci sono più perché espiantate decenni fa, con gli uliveti lasciati incolti e inselvatichiti. Spazi sempre più ampi si sono liberati, da anni, per piante ed erbe spontanee, aromatiche, mangerecce, medicinali.

Lungo gli argini e nei terreni abbandonati abbondano, in questi giorni, il “finocchietto selvatico” e le piante di “rosmarino” e di “nepeta”, una menta in piena fioritura particolarmente odorosa. Tutto l’opposto di ieri: cielo terso, sole e luce da est di prima mattina, splendente e radente sulle case, sui monti, sul bosco, sul paesaggio, sull’orizzonte disegnato dai 2267 metri del Dolcedorme, la vetta più alta di tutto l’Appennino meridionale, dai 2248 metri del Monte Pollino e dalle altre vette: Serra delle Ciavole, di Crispo, del Prete. (continua)

Articolo pubblicato sulla rivista “Agrifoglio”, n. 100, Ottobre-Dicembre 2020.

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